Su una panchina di marmo

Spesso dimentichiamo che ciò su cui il nostro occhio si posa è la cifra di ciò che siamo, cioè siamo il modo in cui guardiamo il mondo. E forse non ci rendiamo conto che, volendo osservarlo, non lo guardiamo:

sembra un gioco di parole sciocco. Eppure ci sono cose che possiamo vedere soltanto guardandole: questo perché quando osserviamo stiamo inconsciamente cercando di concentrarci su dettagli particolari; guardare invece significa mettersi nella condizione di lasciare che le cose si mettano in luce, dar loro il tempo di essere ciò che devono essere e di darmi ciò che hanno, non cercando quindi un qualcosa che magari nemmeno c’è e che finiamo con l’immaginare. Invece lo facciamo con tutto: i paesaggi, i quadri, le persone: attribuiamo loro pensieri, modi di essere o fare, intenzioni che non gli sono proprie, e invece di conoscere, cercare di capire, ci accontentiamo di rannicchiarci in tiepide certezze che non hanno niente a che fare con la realtà. Vogliamo osservare tutto e non guardiamo niente, e così facendo ci perdiamo cose, che non sono soltanto cose, ma che è il mondo intero.

La Metropoli

C’è stato un tempo in cui ho addirittura scritto racconti: niente di serio, intendiamoci. Questo è uno di quelli che più mi è rimasto nel cuore, forse perché è stato il primo. Ve lo condivido senza apportare le modifiche che, inevitabilmente, farei; spero possiate apprezzarlo.
(Immagine in evidenza: Renzo Vespignani, palazzo in costruzione)
______________________________________________________________
Le chiamano Metropoli: città grandi, enormi, complessi boschi di cemento in cui l’uomo è un mero elemento del cosmo urbano. Inutile e sostituibile. Ti fanno sentire la loro presenza, così schiacciante, mentre ti avvolgono e ti stritolano, in scure nubi gassose. Un velo nero che copre il sole. A vederla dall’alto, di notte: un caleidoscopio di colori. Scendendo, tendendo l’orecchio: rumore di macchine, di treni, di fabbriche che lavorano senza sosta, succhiando via quel che resta del midollo della vita. Vita umana. Ben poca: nei vicoli bui, tra muri incrostati e odori forti, tra miseria e stanchezza. Guardali in faccia, questi ultimi figli: hanno l’aspetto di chi non ha mai combattuto, di chi ci ha provato e non ce l’ha fatta, di chi si arrende, e crolla all’angolo della strada; sfatto. Stanco. Ombre di uomini.

L’uomo avanza con passo lento sul marciapiede sporco, tra le case popolari della zona industriale. Dall’altra parte, gli ultimi alberi rimasti muoiono nel loro grigiore, le lunghe braccia smorte, levate al cielo. Desiderosi di guardarlo ancora una volta, prima di lanciare il grido definitivo nell’aria vuota. Per strada tutti camminano con le mani in tasca, lo sguardo perso nel cemento: tenendo stretto qualcosa, un’arma, un cuore spento, che li aiuti a difendersi. Il primo sguardo sbagliato e già ci si troverebbe a terra, avvolti dal velo nero. Lo sa bene il ragazzo disteso là, boccheggiante, mentre viene calpestato dai calpestati. Nella metropoli è tutto un camminare gli uni su gli altri, senza cura. L’uomo si infila in un vecchio bar, con la vernice sulle pareti un tempo rossa, che ormai lascia intravedere lo stucco; si poggia al bancone, sbeccato e graffiato dal tempo, ordinando da bere una birra, borbottando. Il barista, un uomo sulla quarantina, un po’ sovrappeso, calvizie incipiente e occhi azzurri stanchi ed onesti è intento a parlare con un avventore, probabilmente un abituale. Si decide a lasciare per un momento la conversazione, il tempo di servirlo, per poi tornare al suo discorso. Non si direbbe mai di entrare nel bar di una zona simile e trovare uomini con gli stessi occhi. L’uomo si gira, mentre sorseggia la birra, guardandosi attorno: tutti usciti dalla fabbrica da pochi minuti, tentano di nascondere nel fondo del bicchiere la disperazione che avanza, tasse, mutui e una paga irrisoria, ai limiti del ridicolo. Forse qualcuno si è riuscito a camuffare per bene, nell’angolo destro un gruppetto sembra aver trovato la felicità attorno ad un tavolo vecchio stile, cantando e ridendo, raccontandosi storie e cercando di scacciare via i terribili spettri della scala sociale, della fame. Decide di avvicinarsi a loro, viene accolto. Bisogna dire che riescono ad evadere bene da se stessi: sembrano riuscire a dimenticare per qualche momento la condanna che pende sulle loro teste. Qualcuno tira fuori delle carte e si mettono a giocare, non a soldi ovviamente, nessuno ne ha. Nemmeno l’ombra: tranne forse il vecchio vicino alla porta del bagno che spende tutta la pensione alle slot, o quello che sta entrando tutto contento perché ha in tasca cinque biglietti della lotteria, tra cui sicuramente, dice, c’è il vincente. Dalla pubblicità che ha fatto la televisione certamente è la settimana buona per portarsi a casa un mucchio di soldi. La televisione gracchia sopra la testa del barista frasi vuote: per essere precisi, di tasse aumentate per difendere la sicurezza della metropoli, per cacciare quei dannati estranei che vengono da mesi a rubare il lavoro alla povera gente onesta. Gli rubano i soldi. Ecco perché hanno tutti fame. Tutti tranne la figura gracchiante, quella deve averne ben poca, a giudicare dalla faccia serena e dal gonfiore del ventre.
L’uomo si accende una sigaretta, tira un poco lasciando andare una leggera nuvola di fumo. Si alza salutando a mezza bocca e uscendo silenziosamente, così com’è entrato.
Si chiude la porta del bar dietro, gira l’angolo, immerso nei propri pensieri. Le passa accanto; dalla nebbia calata sulla metropoli riesce comunque a vederla bene: quella donna muore di fame sul ciglio della strada, vicino i cassonetti: sconfitta da tutto, abbandonata da tutti e con la bocca che sta quasi per far la bava, gli occhi disperati di chi chiede aiuto a demoni sordi; così, mentre cala la notte ed il freddo entra sempre più dentro gli animi, mentre il velo nero le cala sopra, quella Maria affamata regge il suo piccolo Cristo morente, mentre si arrende al mondo.

Galimberti, il valore dei sentimenti

Vorrei consigliarvi la visione di questo intervento del filosofo Umberto Galimberti, a mio parere ricca di spunti di riflessione utili, sopratutto sul rapporto tra l’arte – e le cosiddette “scienze dello spirito” e la tecnica. In un quadro in cui i sentimenti occupano sempre meno posto, quindi, dove andiamo?

I sentimenti non sono una dote naturale, sono un evento culturale: i sentimenti si imparano. E tutte le culture hanno imparato i sentimenti. […] e oggi non abbiamo più i miti, abbiamo la letteratura. Ridotta all’osso, che cos’è la letteratura? Il luogo in cui io imparo i sentimenti, imparo a conoscerli, il percorso che hanno… sapete quanti ragazzi adolescenti si suicidano perché stanno male e non sanno di che, e non sanno nominare la qualità del dolore, tantomeno il percorso che quel tipo di dolore – di cui ignorano persino il nome – può avere? Bene, la letteratura queste cose le descrive […] e quando mi chiedono a cosa serve la letteratura, la filosofia; ti servono a capire cosa ti passa dentro nell’anima. Perché vivere a propria insaputa è la cosa più tremenda. Perché quando ti capita il dolore, se vivi a tua insaputa, non lo sai neanche nominare; e se tu non lo sai neanche nominare, l’angoscia si moltiplica. E alla fine si conclude in un gesto. […] mettendo da parte le dimensioni umanistiche, stiamo mettendo da parte l’uomo, e la consapevolezza di essere umani.

Umberto Galimberti, dalla conferenza del 15 luglio 2011